Plastica nel pesce: qual’è la situazione dei mari e quale l’impatto sulla salute pubblica

Plastica nel pesce: qual’è la situazione dei mari e quale l’impatto sulla salute pubblica

Sono già alcuni anni ormai che si sente parlare della contaminazione da metalli pesanti del tonno; arsenico, mercurio, cadmio, nei nostri mari, a causa dell’inquinamento prodotto dall’uomo, si riversano queste ed altre sostanze dannose per la salute dell’ambiente.

Oggi non so più “soltanto” questi metalli a preoccupare ambientalisti e non sulle reali condizioni delle acque ma anche la plastica; questo materiale, infatti, tra i più utilizzati nella nostra società per qualsiasi scopo, ha invaso mari ed oceani in ogni sua forma, dalla bottiglia al sacchetto della spesa, sino alle cosiddette microplastiche.

Le microplastiche, componenti di piccolissime dimensioni che derivano dall’uso di prodotti per la cosmesi e l’igiene personale, contaminano le acque e finiscono nella catena alimentare di pesci e molluschi sino a raggiungere le nostre tavole.

Queste particelle, che risultano pressoché invisibili all’occhio umano, essendo di dimensioni inferiori a 5 millimetri per via del processo di degradazione (causato dai venti e dal moto ondoso) e fotodegradazione (causato dell’effetto della luce ultravioletta), sono invece molto pericolose per la salute dei poveri animali marini che le ingeriscono accidentalmente.

È piuttosto “famosa” ormai l’immagine di una tartaruga marina che ingerisce un sacchetto di plastica scambiandolo per una medusa; l’ultimo rapporto sviluppato da Greenpeace, denominato “Plastics in seafood”, stima che la plastica ad oggi rappresenta circa il 70% dei rifiuti che contaminano il mare.

Questo studio si concentra proprio sulla presenza delle microplastiche nei pesci e nei molluschi e sugli effetti, in termini di salute, che derivano dal consumo di prodotti ittici così contaminati; sarebbero almeno 170 gli organismi marini che li ingeriscono sicuramente.

I dati parlano chiaro: su 121 esemplari di pesci che popolano il Mediterraneo centrale, tra cui alcune delle specie più ampiamente acquistate quali il pesce spada e il tonno, la presenza di frammenti di plastica è stata riscontrata nel 18,2 % dei campioni analizzati; lungo le coste del Brasile tale presenza è stata rilevata in oltre il 75% dei campioni studiati!

Le microplastiche sono sostanze inquinanti davvero insidiose, spesso scambiate con il plankton e assorbite dai pesci grandi che si si nutrono di pesci piccoli che a loro volta ne sono già stati contaminati; purtroppo non si tratta di materiali inerti, poiché, dopo essere state ingerite, le microplastiche sono in grado di alterare la struttura fisica dell’animale, il quale può sviluppare alterazioni che vanno da infiammazioni del sistema immunitario sino a veri e propri danni alla struttura del DNA.

Le microplastiche, inoltre, possono liberare additivi chimici normalmente utilizzati nella produzione delle plastiche; si tratta di sostanze che producono effetti endocrini, ovvero che una volta assimilate vengono scambiate per ormoni finendo per provocare serie alterazioni nella fase riproduttiva.

Il documento diffuso da Greenpeace documenta che la presenza di frammenti di plastica nelle acque di mari ed oceani sta rapidamente e inesorabilmente aumentando: siamo passati dalle 204 tonnellate rilevate del 2002 alle 299 tonnellate del 2013.

In termini di peso, oggi finiscono in mare oltre 8 milioni di tonnellate di plastica all’anno, circa un intero camion colmo di rifiuti ogni minuto.

Anche la rivista “Science” ha dato ampio spazio alla situazione, analizzando le gravi conseguenze della presenza delle microplastiche sugli organismi marini e il conseguente danno ai consumatori; la  pubblicazione si è basata su un esperimento condotto presso l’università svedese di Uppsala, dove un gruppo di ricercatori ha offerto ad alcuni pesci microplastiche al posto di cibo.

Il risultato di questo strano esperimento è davvero preoccupante: le specie marine in questione hanno preferito le microplastiche al plankton; inoltre, tutti gli organismi che le hanno ingerite sono diventati incapaci di deporre le uova, molto più suscettibili alla cattura dei predatori e sono morti nell’arco di due giorni.

Come spiega il professor Regoli, studioso dell’effetto delle sostanze chimiche sugli organismi marini: “Le microplastiche possono assorbire efficacemente molti contaminanti chimici presenti nell’acqua anche a concentrazioni molto basse. Abbiamo verificato per la prima volta che, se si espongono le cozze a microplastiche contaminate con idrocarburi aromatici, le concentrazioni di questi inquinanti aumentano molto nei tessuti degli organismi: significa che le sostanze potenzialmente tossiche assorbite sulle microplastiche possono essere liberate dopo la loro ingestione. Oltre ai potenziali effetti diretti, destano preoccupazione perché possono rappresentare una sorgente di esposizione a sostanze o microorganismi pericolosi. La comunità scientifica oggi non è ancora in grado di escludere alcuna ipotesi. Quel che è certo è che le evidenze emerse dai laboratori focalizzeranno ulteriori attenzioni sugli effetti ecotossicologici delle microplastiche nell’ambiente“.

Vista la situazione appare logico chiedersi quali siano gli effetti tossicologici sull’uomo quando ingerisce del pesce contaminato dalla plastica; in realtà si tratta di un aspetto ancora poco studiato e non esistono dati prodotti dalla comunità scientifica.

Ad ogni modo, per comprendere cosa ingeriamo quando consumiamo del pesce contaminato possiamo fare un elenco di alcune delle sostanze dannose che entrano nel nostro organismo in questi casi: bisfenolo A (BPA), nonilfenoli (NP), ftalati, polibromo difenil eteri (PBDE), idrocarburi policiclici aromatici (IPA) policlorobifenili (PCB), residui di pesticidi e gli esaclorocicloesani (HCH).

Il tanto discusso BPA (interferente endocrino) ha possibili effetti tossici sullo sviluppo del feto, alcuni ftalati risultano tossici per il sistema riproduttivo e altri possono causare gravi danni al fegato.

Ma quanto siamo esposti a tali rischi?

Risponde il professore Corrado Galli del Dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari dell’Università di Milano e Presidente della Sitox (Società Italiana di Tossicologia): “È importante sottolineare la differenza fra pericolo e rischio. Mentre il pericolo è l’elemento che caratterizza la potenza intrinseca di una sostanza nel provocare un danno, il rischio è l’unione fra il pericolo e l’esposizione, cioè la quantità reale a cui gli individui sono esposti. I frammenti di microplastica che inquinano gli oceani potrebbero rappresentare un rischio per la popolazione allorquando superassero le dosi considerate a rappresentare un rischio“.

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