Glifosato: una sostanza potenzialmente cancerogena, ma non ancora bandita

Glifosato: una sostanza potenzialmente cancerogena, ma non ancora bandita

Il glifosato è un comune erbicida totale, ovvero non selettivo; si tratta di un diserbante sistemico fitotossico per tutte le specie di piante che, a differenza di altri prodotti simili, viene assorbito per via fogliare ma successivamente trasferito in tutte le parti della pianta per via floematica.

Tale caratteristica fa si che il glifosato sia in grado di devitalizzare tutti gli organi di conservazione ipogea delle piante e delle erbe infestanti che non potrebbero essere distrutti in nessun altro modo.

Il glifosato è divenuto di libera produzione nel 2001, ovvero sino alla scadenza del brevetto di produzione sino a quel momento appartenuto alla Monsanto Company.

Ad oggi questa sostanza, che è presente in moltissimi prodotti commercializzati di uso e consumo comune quali ad esempio le lenticchie, i fichi, i pompelmi, le acque in bottiglia e gli assorbenti, è stata dichiarata potenzialmente cancerogena dallo IARC e proprio in questo periodo l’Unione Europea sta discutendo se rinnovare l’autorizzazione di utilizzo del glifosato, scaduta il 31 dicembre scorso.

A decidere il destino di quello che oggi è il diserbante maggiormente utilizzato sarà la votazione dalla commissione permanente del Paff, ovvero il comitato per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi.

Sembra che, Svezia esclusa, tutti gli Stati membri siano a favore dell’uso del glifosato; anche se nel nostro Paese ben 32 associazioni, tra cui Wwf, Fai, Legambiente e Greenpeace, hanno già firmato un appello con cui chiedono al governo di assumere una posizione contraria all’uso della sostanza, nonché di bandire la sua produzione e commercializzazione in tutta Europa.

Ma dove si trova il glifosato?

Come accennato prima, il glifosato si trova praticamente ovunque, in molti ortaggi, frutti e bibite, nonché negli assorbenti e in diversi marchi di birre tedesche.

Nelle birre in questione, ad esempio, sono stati registrati livelli che oscillano fra 0,46 e 29,74 microgrammi/litro, valori di molto superiori al limite consentito dalla Legge, ovvero 0,1 microgrammi per litro.

Alcuni ricercatori dell’università di Boston hanno rilevato tracce significative del pesticida anche nel 62% dei mieli convenzionali e nel 45% di quelli biologici; la ragione, ovvia per gli scienziati, è che le api non possono evitare di entrare in contatto col glifosafo poiché è altamente diffuso nei terreni agricoli e non, nonché in quelli biologici.

Grazie a queste rivelazioni il 22 febbraio scorso, anche l’Unapi (Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani) ha sottoscritto la lettera delle associazioni con la quale chiede al governo italiano di dire basta all’uso del glifosato.

Anche i prodotti per l’igiene femminile contengono tracce di glifosato e proprio nei mesi scorsi, a seguito dell’allarme partito dall’Argentina, anche Francia e Canada hanno lamentato la presenza della sostanza negli assorbenti, nei tamponi e nei salva-slip.

L’associazione francese 60 Million Consumers che tutela i diritti dei consumatori, ha pubblicato un rapporto proprio in merito ai prodotti per l’igiene femminile; nel documento in questione si riporta che 5 degli 11 campioni analizzati contengono la sostanza tossica e tra questi anche un marchio di salva-slip biologici che ha deciso di ritirare il prodotto in via precauzionale.

Sembra che siano state trovate tracce di glifosato anche in alcuni dei prodotti più utilizzati nel nostro Paese, tra cui Tampax, OB e Nett.

Il motivo per cui il glifosato è presente anche in questo genere di prodotti commerciali è che questa sostanza viene impiegata anche nella produzione del cotone; ciò che non dovrebbe invece accadere è che si trovino tracce di glifosato nei prodotti che dovrebbero contenere unicamente cotone biologico.

Come sostengono le associazioni che hanno firmato l’appello contro il diserbante: “Senza un divieto ufficiale i programmi regionali per l’agricoltura considereranno come sostenibile e incentiveranno l’uso di un prodotto potenzialmente cancerogeno per l’uomo e che «studi del Mit del 2013-2014» sospettano di essere alla base anche dell’insorgenza di un disturbo come la celiachia“.

Beppe Croce, responsabile agricoltura di Legambiente, spiega che il glifosato dovrebbe essere bandito proprio come lo è stato il ddt, altra sostanza definita potenzialmente cancerogena che è vietata da anni; purtroppo però, come accade troppo spesso, la resistenza a vietare la diffusione e l’utilizzo del glifosato è dovuta unicamente agli enormi interessi economici che sono in gioco.

La confusione resta tanta; coloro che difendono l’utilizzo del glifosato, infatti, lo fanno in riferimento a pareri ufficiali: quello dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che lo ha definito “probabilmente non cancerogeno” e quello dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bfr), secondo cui il glifosato “non è cancerogeno”.

Il fatto più sorprendente e destabilizzante è che entrambe le posizioni sono nettamente in conflitto con il parere dello IARC.

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